Le rivoluzioni colorate sono come una partita in sei mosse:
1° - il paese viene dichiarato non libero da una delle organizzazioni internazionali americane, come la Freedom House;
2° - gli Usa e le altre organizzazioni internazionali allineate dichiarano di intervenire in nome del loro diritto-dovere di instaurare la democrazia, attivando nel frattempo movimenti come Otpor;
3° - questi movimenti, anche se minoritari, vengono presentati "come il vero portavoce della volontà e degli interessi di gran parte della popolazione";
4° - le manifestazioni daranno vita, provocheranno l'intervento delle forze dell'ordine che forniranno così "un'ottima occasione per dimostrare il grado di ira popolare contro il regime e la mancanza di libertà dell'opposizione";
5° - in caso di elezioni, poi, se il risultato non è conforme a quanto desiderato, si metterà in dubbio "la capacità del sistema elettorale di assicurare un conteggio dei voti imparziale ed accurato";
6° - il che condurrà infine, grazie ad un monitoraggio internazionale, alle conclusioni auspicate (intervento dell’ONU e NATO con conseguente monopolizzazione made USA).
In Egitto sta avvenendo proprio questo. Ormai siamo al caos. Dopo la
strage allo stadio del 1 febbraio scorso non c’è più stata tregua. Giovedì della scorsa settimana solo al Cairo sono rimasti uccisi 8 manifestanti con un numero di feriti altissimo.
Da giorni però le autorità egiziane hanno cominciato a usare il pugno di ferro contro le associazioni e le ONG internazionali che operano in Egitto.
“Rinviate a giudizio 43 persone, con l’accusa di aver finanziato illegalmente delle Ong, 19 delle quali statunitensi. Tra esse anche il figlio del ministro Usa dei Trasporti, Lahood.”
“Il rinvio a giudizio degli operatori delle Ong di cittadinanza americana e’ destinato quindi a far salire la tensione tra il Cairo e Washington, gia’ alta sin da quando alla fine di dicembre le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nelle sedi delle Ong. Proprio ieri, durante un incontro a margine della conferenza per la Sicurezza di Monaco, Hillary Clinton aveva avvisato il ministro degli Esteri egiziano del fatto che la mancata soluzione positiva della vicenda delle Ong avrebbe potuto mettere a rischio gli oltre 1,3 miliardi di dollari che l’Egitto aspetta quest’anno in aiuti americani.
A rendere ancora piu’ spinosa la questione, e diretta l’attenzione dello stesso presidente Barack Obama, nelle scorse settimane e’ emerso il fatto che tra i cittadini americani sotto inchiesta vi e’ il figlio del ministro dei Trasporti Ray LaHood. Sam LaHood e’ uno degli americani ai quali e’ stato impedito di lasciare l’Egitto, inserendo i loro nomi in una no-fly list. Temendo l’arresto, gia’ nei giorni scorsi almeno tre cittadini americani hanno trovato rifugio nell’ambasciata americana al Cairo.” (da
Giornalettismo)
Dunque, da una parte lo scontento popolare, altissimo e legittimo, dall’altro le autorità militari al governo, in attesa di elezioni, che individuano nelle ONG americane un nemico da contrastare.
Analizzando gli avvenimenti così come mi si presentano in questo particolare momento, in relazione anche a ciò che ho ricercato in questi ultimi mesi, provo un senso di condivisione con le decisioni del regime militare. Il pericolo che interferenze estere, e in particolar modo americane, sulla gestione di questo paese siano altissime è evidente e allora mi informo di più. Voglio sapere chi è di preciso questo Sam LaHood, presentato, dai pochissimi media italiani che hanno divulgato la notizia, come il figlio del ministro USA dei Trasporti. Non mi pare sia sufficiente essere figlio di un personaggio importante per essere trattenuto nel paese con la forza.
 |
| Sam e Ray LaHood |
Sul Chicago Tribune, il 36enne LaHood, viene descritto come il direttore della sezione egiziana
dell’International Republican Institute
(IRI). Pare abbia trascorso la maggior parte degli ultimi dodici anni in Medio Oriente, lavorando per il Dipartimento di Stato in Iraq, dove ha fatto il giro del paese devastato dalla guerra con i giornalisti e ha contribuito alla copertura del processo a Saddam Hussein (questa non l’ho capita, di quale copertura si parla?). Nel 2008, tornò negli Stati Uniti per lavorare sulla campagna presidenziale di John McCain. Si è sposato lo scorso anno e vive in un appartamento al Cairo nei pressi di Tahrir Square. (da
Chicago Tribune)
L’IRI fa parte di quelle ONG che stanno dietro Gene Sharp e il suo Albert Einstein Institute come ho scritto in questo
post. Si autodefinisce come un'organizzazione senza scopo di lucro che non è affiliata ad alcun partito specifico, con l'obiettivo principale di "promuovere la democrazia nel mondo attraverso lo sviluppo dei partiti politici, istituzioni civiche, elezioni aperte..."
La Giunta Direttiva di questa organizzazione è presieduta dal senatore del Partito Repubblicano John Sidney McCain III, che ha aderito al Consiglio direttivo dell'IRI dal 1993. Riconosciuto come un falco della politica estera USA, questo crociato di 74 anni, senatore per l'Arizona dal 1987, è stato aspirante candidato presidenziale nel 2000 e nel 2008 ed è catalogato come un uomo "forte" a cui manca la minima etica nel suo agire politico.
In Venezuela, oltre a finanziare, sfacciatamente, vari gruppi anti-Chavez, l'IRI ha partecipato ad operazioni a sostegno del colpo di stato dell'aprile 2002 contro il presidente Hugo Chavez. Ad Haiti, il suo rappresentante, il Pro Console Imperiale per Cuba Caleb McCarry ha diretto il complotto golpista contro il presidente Aristide.
I suoi fondi provengono dal bilancio approvato che viene assegnato, ogni anno, dal Congresso USA al Dipartimento di Stato, e dalle cosiddette agenzie "indipendenti" come l'Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli USA (USAID) e il National Endowment for Democracy (NED)
Dunque che sta succedendo?
Negli ultimi tre decenni l’Egitto di Mubarak ha ricevuto una media di $ 2 miliardi di dollari all'anno dagli Stati Uniti, rendendolo il più grande beneficiario di aiuti americani, (oltre Israele e questo per la sua posizione strategica col confine israeliano) .
Una presa di distanza dagli Usa risulta essere quasi inevitabile nell'era post-Mubarak, in parte perché gli egiziani stanno cercando di tracciare una linea tra la vecchia e la nuova epoca, e in parte perché la politica regionale si sta spostando sempre di più contro Israele e gli Usa.
Ciononostante per Washington la priorità continua a essere il mantenimento dell'accordo di pace con Israele, e su questo fronte le relazioni bilaterali non promettono nulla di buono: “Alcuni egiziani sono disinteressati al sostegno di questo rapporto e alcuni sono anche ostili, soprattutto perché lo vedono come un affare losco che sacrifica la causa palestinese (e gli interessi arabi e musulmani) in nome di un guadagno materiale”.
Molti in Israele temono che un Egitto più islamista possa trasformare ciò che hanno visto a lungo come una pace fredda in una guerra fredda” .
Insomma è evidente che gli americani devono assolutamente mantenere il controllo su questa nazione e per questo sono impegnati su entrambi i fronti. Per questo hanno necessità di mantenere attive tutte le loro ONG qualora la diplomazia governativa non dovesse dare i frutti sperati.
Kamala
l'uomo abbronzato mira ad essere rieletto. ogni turbativa diplomatica od economica mina la sua rielezione. un riassetto delle forze nel nord-africa metterebbe a repentaglio un fragile equilibrio.
RispondiEliminasarebbe troppo semplicistico pensare che sia solo una propaganda elettorale. Obama è pur sempre un burattino...
EliminaIl tuo articolo mi lascia piu confuso che convinto.
RispondiEliminaInzi supponendo che la cacciata di Mubarak sia stata orchestrata da Otpor e ong Usa...
Pero dici anche che mubarak riceveva un sacco di dollari :
Perche gli americani dovrebbero finanziare un dittatore e allo stesso tempo organizzarne la sua cacciata ??
Io credo che uno dei nodi della questione e' che se fai elezioni non truccate in medio oriente (Iraq docet, ma anche tunisia) ti ritrovi sistematicamente gli estremisti islamici al governo..cosa che pero gli americani non accerebbero, e i militari locali non volgliono nemmeno.
Per cui finisce che dopo che spodesti un dittatore,puoi solo trovarne un altro e sperare che la popolazione se lo suchi tutto ,scusando il termine.
gli americani erano riusciti faticosamente ad avere dei vantaggi da Mubarak che restava comunque un uomo non deciso da loro. Allo stesso modo lo scontento popolare era altissimo da anni ormai; ecco perchè puntare la via della rivoluzione auspicando un risultato che porti al governo qualcuno di loro fiducia.
EliminaNessuna confusione, basta comprendere che i loro interessi prevalicano ogni intendimento morale.
Non dimentichiamo che fecero lucrosi affari con i talebani a suo tempo.
Pensiamo a una cosa.......empaticamente se fossi araba anch'io ci terrei che fosse eletto un convinto sostenitore del mondo islamico (non dico estremista bada bene) perchè la mia identità non vada perduta e omologata a quella che gli americani vogliono....
rispondo con una frase di Gaber che più o meno diceva così " a forsa di esportare dimocrazia gli americani l'hanno finita" e a loro chi li controlla?
RispondiEliminaappunto....chi li controlla?
Eliminaa te spirito libero e aperta chi lo e', e fortemente convinta del complotto americano, nella manipolazione delle menti come stratagemma del controllo delle masse, ti giro questo post, sperando sia di tuo interesse:
RispondiEliminahttp://www.byoblu.com/post/2012/02/14/AIDS-la-grande-balla.aspx
vado a vedermelo...
Elimina