Si può dire che conosciamo di più la storia del medioevo di quella recentissima che parte dall’anno della mia nascita sino ad arrivare giusto agli anni ottanta del secolo scorso. Se ne ignoro anch’io numerosi fatti, i come e i perché, figuriamoci tutti quelli che ancora non hanno compiuto 40 anni a meno che non se ne siano interessati per loro conto. Poco c’è di scritto, pochissimi libri che ricordano quegli anni e soprattutto in questi ultimi tempi c’è stata pure una sorta di censura o peggio di denigrazione verso quel periodo.

Prima e dopo il sessantotto è la storia della mia vita ed è la storia recente di tutti noi. Per questo ho creato questo blog, che ricorre in modo cronologico il periodo prima e dopo il ’68. Ci metterò tutto ciò che mi viene in mente e che mi parrà degno d’interesse senza escludere ciò che mi frulla in testa.

Kamala

mercoledì 23 maggio 2012

Les mots - Francia 1968


Mentre in Italia non ci sono i soldi per tenere aperto archivi e biblioteche in Francia hanno liquidità, tempo e persone da impiegare nella digitalizzazione di oltre 400 tra volantini e manifesti politici relativi alla stagione del maggio ’68.
Si possono consultare qui nel sito di Gallica della Biblioteca Nazionale di Francia.
Vive la France!!!
Kamala
Titre : [Mai 1968]. Les Elections n'arrêteront pas notre action, Atelier populaire : [affiche] / [non identifié]
Éditeur : [s.n.]
Éditeur : [s.n.] ([Paris])
Date d'édition : 1968 

Titre : [Mai 1968]. On vous intoxique !..., Atelier populaire, n°3 : [affiche] / [non identifié]
Éditeur : [s.n.]
Éditeur : [s.n.] ([Paris])
Date d'édition : 1968



lunedì 21 maggio 2012

LSD


Qualche acido da giovane me lo sono fatto anch’io. Roba leggera comunque perché dei suoi effetti, diciamo così “allucinogeni”, non ricordo praticamente nulla. L’unico stupido pensiero che mi riecheggia in testa di queste esperienze rimane l’inavvicinabilità dei “piselli”. No….non quei piselli, quelli veri…i legumi, che mi ritrovai una volta nel piatto del pranzo a casa dei miei. Di solito ci facevamo al mattino; bigiavamo la scuola, io e una mia amica, e ci rifugiavamo ai giardini pubblici, ma visto che l’effetto durava una decina d’ore all’ora di pranzo si doveva tornare a casa. Un giorno trovai piselli come contorno e io, sotto quello che mi pareva l’occhio più che vigile di mia madre, non riuscii ad afferrarli e portarli alla bocca. In aiuto mi venne il mio solito scarso appetito che convinse mia madre a farmeli lasciare nel piatto seppur sotto legittima minaccia di vedermeli mangiare la sera stessa.
Probabilmente sarà stato meno di 25 microgrammi, dose minima che consente di sentire deboli effetti sul corpo e sulla psiche; alle feste techno le dosi sono in genere 50-150 microgrammi, durante il periodo hippie si preferiva spararsi dosi di 300 microgrammi,; all'interno delle strutture terapeutiche vengono utilizzati fino a 850 microgrammi (non è al momento noto quale possa essere la dose mortale di LSD per gli esseri umani).
L’LSD viene assorbita dal corpo nel giro di un'ora. Due ore dopo il livello di LSD nel sangue - e con esso il suo effetto - è massima. In genere l'effetto dura dalle otto alle dodici ore. Soprattutto nella fase iniziale la respirazione, la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, la temperatura corporea e il livello di zuccheri nel sangue può essere accresciuta, provocando a volte vertigini e una sensazione di stordimento.

Il principale pericolo dell’LSD non consiste nella sua tossicità fisica ma nell’imprevedibilità dei suoi effetti psichici. Già dalla prima assunzione, su soggetti psicologicamente deboli o con antecedenti psichiatrici, l’LDS può far emergere psicosi ed altri disturbi psichici gravi, stati dissociativi, paranoia, panico, ansia, alterazione della personalità.
Anche in soggetti sani, durante l’esperienza, per i più svariati motivi (ad es: condizione personali, ambienti inadeguati, eccessiva frequenza di assunzione…) si possono riscontrare stati confusionali gravi (alterata percezione e capacità di valutazione) che possono sfociare in incidenti e azioni pericolose o mortali per sé o gli altri (persone convinte di poter volare che si lanciano nel vuoto, incidenti stradali causati da allucinazioni ecc.).
E’ sempre meglio assumere la droga in ambienti tranquilli e protetti e per questo io e la mia amica avevamo la coscienza di assumerne dosi minime considerando gli ambienti pubblici che eravamo costrette a frequentare in trip.

Ho conosciuto molte persone a quei tempi che avevano fatto o facevano uso di LSD anche dosi di una certa consistenza. La maggior parte ne era entusiasta ma qualcuno finì anche malamente.
F. lo vedo ancora girare per le vie del centro, mi chiama per nome mi riconosce benissimo, mi chiede sempre come sta mio marito, ma dopo quel bad trip di oltre 30 anni fa non è stato più lui. O forse viene da chiedersi se non sia diventato quello che lui ha sempre represso; questi disordini psichici che giacevano in lui inespressi e che se non manifestati avrebbero potuto trasformarsi in qualcosa di più pericoloso o anche solo in una vita non vissuta e infelice. Sono solo pensieri miei, non so se esistono conferme in merito.
Non so nemmeno più se l’LSD gira ancora tra i giovani.
Girovagando su internet ho trovato la storia assurda di questa ragazza del Kansan, Krystle Cole, ex spogliarellista, che nel 2000 fa la conoscenza, nel locale dove lavora, di Gordon Todd Skinner (Todd per gli amici), chimico autodidatta. Una storia folle, molto americana, dalla quale si potrebbe trarre un film tra scene di sesso, droghe e violenza dove non ci sarebbe niente da aggiungere tale è pazzesca la realtà da superare largamente qualsiasi fantasia.
Come considerazione finale devo ammettere che la ragazza, tra tutte le disavventure passate, l’unica che non rinnega o disprezza è l’esperienza che ha avuto con l’LSD.
Da vedere…...qui.
Kamala



domenica 20 maggio 2012

Brindisi: non è tritolo


Medito sui fatti che negli ultimi mesi stanno accadendo in Italia. Non partecipo a manifestazioni che trovo insensate ma cerco di capire cosa sta succedendo. Ho trovato questo post nel blog di Casarrubea che seguo e che al momento mi pare l'unico a farne un'analisi sensata.  Giorni fa io stessa avevo pensato che ritorsioni statali/religiose  sarebbero giunte per rimetterci adeguatamente nel nostro angolino.......Kamala

Ho assistito da ieri a oggi, e con una certa rabbia, al solito rituale dei giudizi sparati a caldo, sull’ennesima tragedia che ha investito l’Italia e che era in qualche modo nell’aria. Tant’è che qualcuno l’aveva preannunciata, dopo l’attentato al rappresentante dell’Ansaldo, Adinolfi. Si è anche parlato della novità di questo gesto folle, che, in realtà, ci ricorda tanti altri analoghi episodi della nostra storia criminale: a Trieste - ci dice Claudia Cernigoi, storica triestina -  la scuola elementare slovena di San Giovanni fu due volte oggetto di attentati, nel 1969 e nel 1974. Nel primo caso un ordigno avrebbe dovuto esplodere all’ora di uscita dei ragazzi ma il congegno era difettoso e successe un miracolo. Nel secondo la bomba esplose quando la scuola era vuota.
Lo scorso mese, fa notare Marco Barone, il  5 aprile, viene spedita alla sede della Rai di Genova situata in Corso Europa, 125, una lettera, con polvere di esplosivo. Tra l’altro si fa riferimento alla strage di Capaci, accaduta il 23 maggio nonché a quella di Borsellino, il 19 luglio, e a Moro ucciso nel mese di maggio 1978. Sono seguiti, poi, un incidente che ha coinvolto un pullman di carabinieri e l’attentato ad Adinoldi.
E, come ai tempi di Piazza Fontana, sono saltati fuori gli anarchici. Questa volta gli anarchici insurrezionalisti che si sono tirati dietro tutti i movimenti, in primis i No Tav, e i centri sociali. Ma chi sono questi anarchici? Nessuno li conosce e difficile è anche individuarne i connotati. Perché? C’è una sola risposta. Perché hanno la funzione di essere evanescenti. Se fossero concreti la loro presenza richiamerebbe subito quella del potere che essi evocano e combattono. Ma qui non c’è un potere da combattere. Almeno visibile. C’è il corpo dilaniato di una ragazza di sedici anni poco prima sorridente, quello di Melissa Bassi di Mesagne. Il medio centro della provincia di Brindisi dove è nata la Sacra Corona Unita.  Ma l’attentato contro l’istituto professionale Francesca Morvillo Falcone non sembra avere molto a che fare con questa organizzazione mafiosa. Prima di tutto perché, dopo l’operazione del 9 maggio che vide l’arresto del gruppo dirigente della cosca, nessun mafioso si sarebbe sognato di rincarare la dose repressiva con un gesto come quello a cui abbiamo assistito. E poi perché la mafia non usa delle bombole di gas per la cucina o per il riscaldamento, per fare i suoi attentati. Ha il tritolo, il tritolo di cava, quello che fa saltare in aria le montagne. Del resto anche i legami che sembrano esserci tra Sacra corona unita e gruppi terroristici dei paesi balcanici, avrebbe evitato il ricorso a un ordigno rudimentale che chiunque avrebbe potuto fabbricarsi in casa. Collegando tre bombole a un semplice timer.
Detto questo, però, occorre precisare, che non è per niente vero che la mafia non avrebbe usato come obiettivo dei ragazzi, o una scuola. A Portella della Ginestra furono molti i ragazzi e le ragazze ad essere colpiti. Addirittura una madre che portava in grembo suo figlio. Il piccolo Giuseppe Di Matteo fu sciolto nell’acido. E a Palermo era ancora un ragazzo, Claudio Domino, l’alunno di una scuola, figlio del gestore di una ditta di pulizie dell’aula-bunker del maxiprocesso a Cosa Nostra (1986). Un killer gli si avvicinò e gli sparò due colpi alla testa.
Quando deve compiere un crimine la mafia non guarda mai alla carta di identità delle persone, al loro certificato anagrafico, o al sesso. Specie quando l’ordine è quello di colpire dei simboli o nel mucchio. A Piazza della Loggia, a Brescia, nel maggio 1974, delle bombe esplodono durante un comizio antifascista. Muoiono degli adulti, ma questo risultato è casuale e probabilistico. Potevano esserci dei bambini. Questa volta il simbolo è più mirato: sono i ragazzi, le scuole, a prescindere da come si intitolano, visto che in Italia esistono centinaia di Istituti intitolati a vittime di mafia, a Francesca Morvillo, a Carlo Alberto Dalla Chiesa, a Falcone, a Borsellino o a Francesca Morvillo.
Ci sembra, dunque, che le strane coincidenze, la marcia della legalità, l’intitolazione alla Morvillo dell’istituto, la vicinanza di Mesagne, gli arresti avvenuti, le precedenti attività degli anarchici, la rudimentalità dell’ordigno, siano solo le forme più evidenti di un depistaggio messo in atto per coprire in partenza un progetto ambizioso, tanto antico quanto nuovo e adeguato ai tempi: scatenare la paura, far rintanare la gente, far scorrere sulle nostre teste decisioni prese “altrove” su cosa dobbiamo essere, e come dobbiamo o non dobbiamo rivendicare i nostri diritti. Un’operazione da manuale dell’intelligence occulta.
Giuseppe Casarrubea (Ricercatore storico. E' impegnato da anni in studi archivistici riguardanti soprattutto i servizi segreti italiani e stranieri. Ha pubblicato i risultati delle sue indagini con le case editrici Sellerio e Flaccovio di Palermo, Franco Angeli e Bompiani di Milano.)

giovedì 10 maggio 2012

Disconnessione – Noi, Internet e il sociale


Da qualche mese mi frulla in testa la convinzione che l’interazione uomo computer stia diventando negativa per il sociale. Poi scopro che eminenti saggisti, antropologi del cyberspazio come Sherry Turkle, Jaron Lanier, Evgeny Morozov sono arrivati giustamente prima di me a queste mie stesse conclusioni.
Faccio riferimento alle mie esperienze giovanili quando persino restare in contatto telefonico era un problema. Eppure l’aggregazione materiale di giovani, di idee e in generale di vita era fortissima e al confronto l’oggi pare un deserto.
Siamo indubbiamente più intelligenti, più preparati, abbiamo possibilità tecniche inimmaginabili, ciò che ci manca è il vero confronto diretto, fisico, materiale.

"La robotica e la connettività sono complementari: ci conducono inesorabilmente al ritiro relazionale. Con i robot sociali siamo soli, ma ci illudiamo di essere "insieme". Grazie alle connessioni rese possibili dalla tecnologia, siamo "insieme", ma questa forma di esistenza è così vuota, così limitata che siamo de facto soli. Le nostre tecnologie ci spingono a trattare il nostro prossimo come un mero oggetto, un oggetto a cui 'accedere' ma solo a quelle parti che troviamo utili, confortevoli o divertenti". (Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri di Sherry Turkle)

Intanto dietro al nostro schermo possiamo blaterare quanto ci pare e inveire contro chi ci pare senza mai conseguenze reali. Al massimo ci si può mandare a fanculo e va beh…tiri a campare.
Dietro al tuo schermo te ne freghi del tuo aspetto fisico; sei tutto ascellato e puzzi di sudore? ….non ti sente nessuno…Hai l’alito fetente? …fai sempre la tua figura. Scegli le paroline giuste, o perlomeno cerchi di farlo, ti dai un tono di gran signore e intanto ti gratti le palle o hai le dita nel naso (per esser leggeri e non dir altro).
Sembreranno sciocchezze eppure nel reale vengono messi in campo molti altri valori e se di amor proprio non si deve perire nemmeno lo sconsiderato menefreghismo aiuta.
Pensate una cosa: coloro che presentano caratteristiche fisiche particolari, handicap, malattie, ansie sociali, attacchi di panico, dietro a un pc credono, mascherandosi, di trovare maggior comprensione sociale. E forse può anche essere, ma alla fine il timore, la paura di farsi vedere rimane e se si credeva così di combattere la solitudine in realtà la solitudine aumenta se non si supera lo step.
Non so se avete sentito di quel caso della playmate di Playboy, Yvette Vickers, che lo scorso anno avrebbe compiuto 83 anni ma che nessuno sa quanti ne avesse il giorno della sua morte?
E questo perché il suo corpo è stato trovato mummificato vicino al termosifone ancora in funzione, illuminato dal  bagliore del pc acceso. Ormai comunicava solo virtualmente tramite i suoi fan club e nonostante avesse il pc acceso, della sua morte si è accorta una vicina rendendosi conto dello stato di abbandono che andava assumendo la sua abitazione.
Stiamo vivendo in un isolamento che sarebbe stato inimmaginabile ai nostri antenati, eppure non siamo mai stati più accessibili. In un mondo consumato da sempre più nuovi modi di socializzazione, abbiamo società sempre meno reali. Viviamo in una contraddizione di accelerazione: più collegati diventiamo, più solitari siamo.
Ecco perché, nonostante si producano centinaia di migliaia di post al giorno, di ricerche, informazione ecc, non si riesce a concretizzare un granché, ma si resta isolati nell’etere.
Qualcuno mi dirà che per esempio il popolo degli indignati è uscito nelle piazze in seguito a una movimentazione partita dai social network; sì, ma come si è sviluppato, cosa ha prodotto? Nulla…..una manifestazione inutile.
E per quanti amici potete credere di aver conosciuto ben pochi alla fine potrebbero risultar realmente tali.
Chi cerca carne da scopare la trova senz’altro, forse c’è chi trova anche l’amore, ma certo non può rimaner virtuale e comunque non era il senso del post questo, lo voglio ricordare perché qui finisce sempre tutto a puttane e non era questo il mio fine.
Resto comunque dell’idea che il web sia uno strumento fantastico ma occorre ritrovarsi nel reale, parlarsi, confrontarsi se si vuole mettere in atto un cambiamento politico/sociale vero.
Ecco perché non ci toglieranno mai la possibilità di interagire qua; chiudono i centri sociali, i luoghi di ritrovo, i circoli, e al nord la situazione è sempre più evidente. Ma questi spazi ce li lasceranno fintanto che essi non saranno altro che idee in gabbia e null’altro.
Un’ultima considerazione, che vanifica apertamente tutto ciò che ho scritto.
Oggi ci ritroviamo in spazi pubblici senza nemmeno interagire. Ognuno è incollato al proprio dispositivo mobile, un dispositivo che funziona come portale di accesso ad altre persone, ad altri luoghi. Il contingente perde di significato. Le tecnologie di fatto distruggono la consapevolezza del qui e dell'ora, obliterano quel momento presente sul quale si fondano le più importanti filosofie orientali ed occidentali. Nella Silicon Valley hanno iniziato a proibire  l'uso di computer nelle scuole. E sembra una bestemmia e possiamo anche immaginare come devono averla presa inizialmente gli studenti. Eppure l’esperimento ha confermato, con la piena approvazione di tutti, che una lezione diventa una vera sessione di conoscenza e interazione.
Io personalmente detesto le persone che anche in compagnia sono sempre incollate al cellulare, che poi ormai è lo smartphone, sul quale puoi fare di tutto. Le nostre conversazioni sono continuamente interrotte da chiamate, mail o mess in una totale accettazione che li vede usati e abusati anche nelle riunioni. Detesto dover pensare che la maleducazione è diventata un modus operandi.
L’argomento è così ampio che tutto non potevo dire. Credo di aver menzionato il necessario per iniziare a riflettere.
Kamala

"Oggi viviamo in un mondo in cui il sé si costruisce sulla base delle risposte fornite, delle chiamate effettuate, degli e-mail spediti, dei contatti raggiunti. Un sé calibrato sulla base di quello che la tecnologia propone e impone, su quello che semplifica e al tempo stesso svaluta. In un mondo in cui la tecnologia ci spinge a produrre di più e più in fretta, ci troviamo ad affrontare un curioso paradosso. Da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall'altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere in modo tranquillo, senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati."





martedì 8 maggio 2012

Un brano tratto dal TRIP 6 de "Il Gran Sacerdote" di Timothy Leary


Quando una domenica del 1960 Allen Ginsberg assunse i funghi allucinogeni a casa di Timothy Leary... e credette di essere il Messia...[Uscito in anteprima sulla rivista "Rolling Stone" dello scorso novembre]

L'assolata domenica pomeriggio in cui demmo ad Allen Ginsberg i funghi cominciò pigramente. Alle nove del mattino Rhona e Charlie erano in cucina, a dare inizio alla serie di colazioni. I primi a scendere furono Jack Leary e il suo amico Bobbie, che avevano passato la notte in casa. Bobbie era poi uscito per andare a messa. Quando scesi in cucina vi trovai Donald, un pittore hipster non invitato di New York che sedeva al tavolo, avventandosi come un procione su toast e pancetta. Frank Barron e i poeti, Allen Ginsberg e Peter e Lafcadio Orlovsky, erano ancora nelle loro camere e noi gironzolavamo in cucina con la calma e l’attenzione tipiche della domenica mattina, per non svegliare quelli che ancora dormivano. Lafcadio, il fratello di Peter, aveva ottenuto una licenza da un ospedale psichiatrico.
Intorno alle dodici e trenta la quiete fece posto all’animazione familiare. Bobbie era tornato dalla chiesa dove aveva raccontato, eccitato, al padre la festa che avevamo dato la sera precedente per la squadra di rugby di Harvard e come io avessi donato ai ragazzi, Bobbie e Jack, un dollaro ciascuno per aver servito da bere agli invitati.
Trassi da questo sviluppo profitto e perdita politica. La squadra di rugby di Harvard cercava un ingaggio. Ma cosa c’entrava in tutto questo l’affidare il servizio del bar ai ragazzi? Il padre di Bobbie è un irlandese, perciò tutto va per il meglio. Per il meglio.
Si spalancò in quel mentre la porta e irruppero dentro Susan Leary e tre ragazze, s’aggirarono per la cucina, salirono di sopra per vestirsi, ridiscesero per preparare l’occorrente per un picnic, ritornarono di sopra per prendere dei dischi, quindi fuori e poi di nuovo dentro per del ginger ale.
Il rumore si era ora spostato al piano di sopra: sentivamo muoversi i dormiglioni e lo scorrere dell’acqua in bagno, e scese Frank Barron, mezzo addormentato, per friggersi delle polpette di merluzzo per colazione. E poi, Allen Ginsberg e Peter. Allen s’aggirava per la cucina con un’andatura da miope e poi s’accinse a cuocere delle uova, e Peter sedeva in silenzio, guardandolo. Dopo colazione, i poeti s’immersero nella lettura del “Times” e Frank andò nella camera di Susan per guardarsi alla TV una partita di rugby e dissi ad Allen di fare come se fosse a casa sua e questi prese delle birre e andò a unirsi a Frank. Donald, il pittore, si era aggirato pian piano per la casa guardandosi intorno con i suoi grandi occhi da bambino e mettendo il naso in ogni angolo e rovistando tra i libri e tra i dischi. Aveva chiesto di prendere, la sera, i funghi e stava cercando dischi di musica india per tamburo. Gli suggerimmo di telefonare, a tal fine, alle biblioteche locali. Un suo amico, uno studente in antropologia, poteva forse trovare alcuni dischi indios; e mi chiese se poteva prendere la macchina per recarsi a Cambridge. Parlava a fatica, con tono serio, interrompendosi spesso, e gli dissi di usare senz’altro la mia macchina. Durante la trasmissione, entrarono Jack Leary e i suoi compagni nelle loro divise da rugby e osservarono per un attimo la partita e poi s’annoiarono e salirono nella stanza da gioco al terzo piano. Li prendemmo in giro perché si erano bardati a quel modo, sembravano guerrieri rivestiti di pelle di cinghiale, e perché, anziché uscire a giocare, se ne stavano rinchiusi in casa. Finita la partita, Frank Barron chiamò Charlie e i ragazzi, e uscimmo fuori e ci portammo dietro il garage per giocare a pallaovale. I poeti declinarono gentilmente l’invito di prendere parte al gioco. All’imbrunire rientrammo e cominciò la lunga scena tipica della cena domenicale: prosciutto freddo e pasticcio di carne, whisky e soda con ghiaccio (ma non per i poeti). In cucina regnava un’allegra confusione. Rhona e Charlie avevano mal di stomaco e salirono presto in camera. Lafcadio era rimasto a letto quasi tutto il pomeriggio, fino a quando non era salito Allen per dirgli di scendere e una volta giù si sedette in un angolo, calmo, impassibile, misterioso: forse stava pensando a marziani in atto di porre piede sulla Terra. Annuiva ogni qual volta gli offrivamo da mangiare, e Allen gli diceva di svuotare i piatti ed egli ubbidiva, in silenzio e meccanicamente. Dopo cena, chiedemmo a Jack e a Bobbie se desiderassero andare a giocare a palla nel corridoio del piano di sopra con Lafcadio ed essi risposero affermativamente e si precipitarono fuori della cucina con Lafcadio che si trascinava dietro loro. Vi sono tutt’oggi impronte di palla sul soffitto bianco e la lampada a muro non ha più funzionato come prima, ma Allen ha detto che il week-end è stato una formidabile terapia per Lafcadio. Egli diventò più loquace e continuò così per parecchie settimane, dopo che furono partiti.
Allen Ginsberg, ingobbito sopra una tazza di tè, guardando attraverso i suoi occhiali orlati di nero, la lente sinistra divisa in due da un’incrinatura, cominciò a raccontarmi le sue esperienze con l’Ayahuasca, la magica liana visionaria che cresce nelle giungle del Perù. Egli aveva seguito Bill Burroughs nella sua ricerca, si era spinto verso sud alla scoperta di nuovi reami della conoscenza, dell’elisir della saggezza. Si era seduto, sudando per il caldo, solo, in qualche stamberga di Lima, tenendosi con la mano sinistra un batuffolo di cotone imbevuto di etere pressato contro il naso, e bevendo e scrivendo poesie con la destra e poi aveva percorso, in corriere di seconda classe, assieme a indios, la Cordillera delle Ande e poi ancora corriere e autostop: addentrarsi tra le giungle e tra i fiumi rilucenti del Montana, vagabondare tra le fumiganti foreste equatoriali. Poi il villaggio di Pucalpa, e le trattative per trovare il curandero, pagato con aguardiente, e il rito stesso, l’ingurgitamento della sostanza amara, e la nausea e i colori e il battere dei tamburi e lo sprofondare del vuoto vacuo, nel grande occhio che tutto racchiude, e il terrore che venisse il grande serpente, il giacere indifesi sul pavimento di terra e l’arrivo del grande serpente. Il vecchio curandero, faccia raggrinzita piegata su di lui, e Allen che gli diceva: culebra, e il curandero che ammoniva con gesti clinici del capo e che gli soffiava contro una boccata di fumo per far sparire il grande serpente, che svaniva davvero.Il destino del fuoco dipende dalla legna; fino a quando sotto v’è della legna, in alto il fuoco brucia. Lo stesso dicasi per la vita umana; parimenti v’è nell’uomo un fato che cede potere alla sua vita. (I Ching L) Cominciai a porre ad Allen domande sul curandero. Desideravo conoscere i rituali, scoprire come le altre culture (più antiche e sagge delle nostre) si fossero comportate nei confronti delle visioni. Ero affascinato dalla questione dei rituali. Per la scienza della coscienza il rito rappresenta ciò che l’esperimento è per la conoscenza del mondo esterno. Ero convinto che non uno dei nostri riti americani fosse adatto all’esperienza dei funghi. Non i ricevimenti. Né le sedute psichiatriche. Né il ruolo del maestro sacerdote. Fui impressionato da quanto Allen aveva detto circa la paura e la nausea che provava ogni qual volta prendeva le droghe e circa il sollievo e la forza rincuorante del curandero, circa l’aiuto che derivava dall’avere vicino qualcuno che sapeva, che aveva esplorato quelle regioni estreme della mente e che era in grado di dire con uno sguardo, con una manata, con una boccata di fumo, che tutto procedeva bene, di continuare il cammino, di esplorare il mondo sconosciuto: va tutto bene, ritornerai, tutto va per il meglio, io sono qui, su questa nostra vecchia terra, pronto ad accorrere in tuo aiuto quando avrai bisogno di me, a riportarti indietro. Allen mi parlò della formazione dei curandero. Il vecchio stregone prende per settimane la via delle montagne con il suo allievo e lo costringe a prendere la droga giorno dopo giorno, notte dopo notte, a esplorare tutti gli angoli e gli antri e le cale recondite del suo mondo visionario – il territorio del cielo e dell’inferno, la gioia, l’orrore, le vette orgiastiche, le scure paludi ardenti, gli angeli e i serpenti maligni – fino a che non fosse giunto agli estremi limiti della conoscenza. Solo allora l’allievo era in grado di fungere da curandero, di seguire i viaggiatori cerebrali, di capire le parole e il comportamento che disorientavano e spaventavano l’osservatore impreparato. Allen mi parlò del caro medico del villaggio che lo circondò con calore terapeutico mentre egli s’addentrava tra gli antichi riti propiziatori – mano sulla spalla, e una tazza di tè bollente e l’atto di coprirlo con delle coperte. La mia mente riandò a una seduta durante la quale uno studente universitario cadde sul tappeto in preda a timor panico, e a come Frank Barron, il medico d’avanguardia veterano, l’avesse fatto ritornare in sé mediante compresse fredde e parole gentili, e a come lo studente non avesse mai dimenticato la figura di quel dottore, che faceva la cosa giusta al momento giusto. Quella notte, sul tardi, Allen avrebbe preso i funghi e mi preparava perché potessi essergli d’aiuto. Allen stava intessendo una formula magica, occhi scuri che lampeggiavano attraverso gli occhiali, mani in movimento, poesia intensa, mistica. Frank Barron era adesso nello studio, e con lui si trovava Lafcadio Orlovsky. Risalì quindi lungo il vialetto una macchina e dopo un istante si aprì la porta ed entrò lemme lemme Donald, bene imbacuccato e bagnato. Aveva portato con sé un amico, uno studente in antropologia di Harvard, perché gli fosse accanto durante il viaggio. Donald chiese se il suo amico poteva assistere alla sessione. Mi piaceva l’idea di avere un amico accanto mentre si prendono i funghi, qualcuno cui potersi rivolgere nei momenti in cui si ha bisogno di un conforto e così gli dissi di sì, però il suo amico non poteva prendere le pillole perché era uno studente universitario. Ci consigliavano tutti di disgiungere la nostra ricerca da Harvard per evitare complicazioni con l’Ufficio sanitario dell’università e per prevenire le chiacchiere. Donald non aveva fame, così gli versai da bere e poi presi la boccettina rotonda e tirai fuori il cotone di protezione e diedi a Donald delle pillole per un equivalente di 30 milligrammi e altre ad Allen Ginsberg per un equivalente di 36 milligrammi. PARECCHIE SERE PIÙ TARDI IN CASA DI LEARY PRESI UNA FORTE DOSE DI DROGA: 18 PILLOLE (36 MILLIGRAMMI) E SALII CON ORLOVSKY AL PIANO DI SOPRA, IN UNA STANZA APPARTATA. Allen cominciò a darsi da fare per preparare la sua spelonca di visioni. Portai nella sua stanza il giradischi di Susan ed egli prese in studio alcuni trentatré giri di Beethoven e di Wagner e spense le luci sicché la stanza cadde in una penombra soffusa. MI SPOGLIAI COMPLETAMENTE E MI SDRAIAI A LETTO, ASCOLTANDO LA MUSICA. Gli dissi che qualcuno di noi sarebbe venuto a controllare ogni quindici minuti ed egli mi avrebbe fatto sapere se avesse avuto bisogno di qualcosa. Quando scesi, era già “salito” anche a Donald, che girovagava per la casa a passi lievi, con le mani giunte dietro la schiena e la mente immersa in cose profonde. COME LA MIA COSCIENZA S’ALLARGÒ, MI VIDI SDRAIATO SUL LETTO, CON L’ALTERNATIVA DI ABBANDONARMI ALL’INTROSPEZIONE MISTICA E AL VOMITO, O DI VINCERE IL VOMITO STESSO, DI APRIRE GLI OCCHI E DI VIVERE NELL’UNIVERSO PRESENTE. Mi fermai in studio a scrivere delle lettere e a leggere il “Times”. Mi ero completamente dimenticato dello studente in antropologia, che era in cucina ad attendere. M’INCUTEVA TIMORE LA PERCEZIONE DI NON AVER ANCORA RAGGIUNTO UNA COMUNIONE PERFETTA CON IL MIO CREATORE, CHIUNQUE EGLI FOSSE: DIO, CRISTO, O BUDDHA – LA FIGURA DELLA FORZA TENTACOLARE, COME PRIMA. Dopo circa trenta minuti trovai Donald in corridoio. Mi chiamò con voce accorata e cominciò a parlarmi dell’artificiosità della civilizzazione. Giudicava con rigore le questioni di base ed era chiaro ciò che stava avvenendo in lui: faceva tabula rasa d’ogni astrazione, cercava di spingersi oltre le parole e i concetti. ALL’IMPROVVISO, COMUNQUE, COMPRESI CHE ESSI ERANO TUTTI ESSERI IMMAGINARI DA ME CREATI PER VINCERE LA PAURA DI ESSERE ME STESSO – COLUI CHE AVEVO SOGNATO DI ESSERE.

venerdì 4 maggio 2012

Timothy Leary


Timothy Leary (1920-1996) è l'uomo che ha studiato più a lungo gli effetti la psicologia e la filosofia dell'acido lisergico (LSD). Neurologo, psicologo e filosofo, Leary è stato il personaggio al centro della controcultura americana, citato in dischi, libri, canzoni (grande ispiratore di John Lennon, tra l'altro partecipò alla registrazione del brano Give Peace a chance).


Leary sosteneva che l'acido potesse aprire la mente e condurre l'umanità verso un nuovo livello di consapevolezza, sociale e civile. Per questo era stato criticato da Albert Hofmann, scopritore nel 1938 dell'Lsd, contrario ad un uso 'indiscriminato' della sostanza. Non è un caso che la citazione più famosa di Leary sia «Turn on, tune in, drop out», ovvero: «Accenditi, sintonizzati, schizza fuori».


Sull'ultimo imperativo già negli Anni 60 erano esplose le polemiche: quel «drop out» era stato letto come un invito a 'mollare' la società («dropout» letteralmente è lo studente che abbandona gli studi prima di aver conseguito un diploma o una laurea). Ma Leary aveva precisato in varie occasioni che la sua intenzione era esortare a rompere gli schemi mentali, le catene del pensiero, i pregiudizi, “abbandona il tempo e lo spazio presente realizzando te stesso”.

Professore di psicologia a Harvard, nel 1959 iniziò a condurre ricerche con i suoi studenti sugli effetti della psilocibina - una droga contenuta nei funghi magici - e successivamente sull’LSD. In definitiva Leary voleva con la sua ricerca trovare un nuovo sistema per trattare l'alcolismo e per riformare i criminali condannati. Ma la sua missione non riuscì a conquistare il sostegno dei suoi colleghi che iniziarono a preoccuparsi per la sua ricerca e gli effetti che aveva sugli studenti. I genitori di Harvard, un istituto di potenti e ricchi, erano indignati dal fatto che l'università stava  distribuendo LSD ai loro giovani e Leary fu cacciato nel 1963.
Nello stesso anno pubblicò il classico L'Esperienza psichedelica (The Psychedelic Experience, ripubblicato nel 1993), basato sul Libro tibetano dei Morti. In quel periodo, diventò promotore della diffusione di massa delle sostanze psichedeliche. Sosteneva che i principi psicoattivi fossero un «dono della natura».  Una convinzione che si basava sul fatto che nel cervello umano esistono neuroni la cui membrana viene eccitata tramite i recettori dedicati ad accogliere particolari stimoli, allo stesso modo in cui accade per i normali neurotrasmettitori.
Richard Nixon una volta dichiarò Timothy Leary "l'uomo più pericoloso in America". “Trovo che questo sia ironico, perché io (insieme con il Dr. Hunter S. Thompson) avremmo considerato Richard Nixon l'uomo più pericoloso del mondo.” Rispose a sua volta Leary.
Leary è il padrino di Winona Ryder

Per la somma di 930.000 dollari la New York Public Library ha acquistato lo scorso anno da un fiduciario del patrimonio Leary 335 scatole di materiali scritti e fotografici, audio e video che illustrano vita e opere accademiche di Timothy Leary. Qualche mese fa la biblioteca di New York ha dichiarato che renderà pubblico nel 2013 tutti gli archivi.

William Stingone e Thomas Lannon sono rispettivamente il curatore dei manoscritti dell’istituzione newyorkese e l’assistente curatore che hanno il compito di organizzare l’archivio.

La collezione include anche migliaia di lettere di personaggi come Allen Ginsberg, Ken Kesey, G. Gordon Liddy e Cary Grant. Sì, avete capito bene, Cary Grant, proprio lui, la famosa star del cinema che dal 1950 al 1960 fece uso di LSD durante la sua psicoterapia. Non fu il solo del resto; oltre a lui ricordo Jack Nicholson, Elizabeth Taylor, Groucho Marx, Bill Hicks tanto per dire qualche nome, ma anche Fellini per esempio.
Kamala



Timothy Leary's dead.
No, no, no, no,
He's outside looking in
Timothy Leary's dead.
No, no, no, no,
He's outside looking in.
He'll fly his astral plane,
Takes you trips around the bay,
Brings you back the same day,
Timothy Leary.
Timothy Leary.
Timothy Leary's dead.

No, no, no, no,
He's outside looking in.
Timothy Leary's dead.
No, no, no, no,
He's outside looking in.
He'll fly his astral plane,
Takes you trips around the bay,
Brings you back the same day,
Timothy Leary.
Timothy Leary.
Along the coast you'll hear them boast
About a light they say that shines so clear.
So raise your glass, we'll drink a toast
To the little man who sells you thrills along the pier.

He'll take you up, he'll bring you down,
He'll plant your feet back firmly on the ground.
He flies so high, he swoops so low,
He knows exactly which way he's gonna go.

Timothy Leary.
Timothy Leary.
He'll take you up, he'll bring you down,
He'll plant your feet back on the ground.
He'll fly so high, he'll swoop so low.
Timothy Leary.
He'll fly his astral plane.
He'll take you trips around the bay.
He'll bring you back the same day.
Timothy Leary.
Timothy Leary.

Timothy Leary.
Timothy Leary.
Timothy Leary.

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