Quando una
domenica del 1960 Allen Ginsberg assunse i funghi allucinogeni a casa di
Timothy Leary... e credette di essere il Messia...[Uscito in anteprima sulla
rivista "Rolling Stone" dello scorso novembre]

L'assolata
domenica pomeriggio in cui demmo ad Allen Ginsberg i funghi cominciò
pigramente. Alle nove del mattino Rhona e Charlie erano in cucina, a dare
inizio alla serie di colazioni. I primi a scendere furono Jack Leary e il suo
amico Bobbie, che avevano passato la notte in casa. Bobbie era poi uscito per
andare a messa. Quando scesi in cucina vi trovai Donald, un pittore hipster non
invitato di New York che sedeva al tavolo, avventandosi come un procione su
toast e pancetta. Frank Barron e i poeti, Allen Ginsberg e Peter e Lafcadio
Orlovsky, erano ancora nelle loro camere e noi gironzolavamo in cucina con la
calma e l’attenzione tipiche della domenica mattina, per non svegliare quelli
che ancora dormivano. Lafcadio, il fratello di Peter, aveva ottenuto una
licenza da un ospedale psichiatrico.
Intorno alle
dodici e trenta la quiete fece posto all’animazione familiare. Bobbie era
tornato dalla chiesa dove aveva raccontato, eccitato, al padre la festa che
avevamo dato la sera precedente per la squadra di rugby di Harvard e come io
avessi donato ai ragazzi, Bobbie e Jack, un dollaro ciascuno per aver servito
da bere agli invitati.
Trassi da
questo sviluppo profitto e perdita politica. La squadra di rugby di Harvard
cercava un ingaggio. Ma cosa c’entrava in tutto questo l’affidare il servizio
del bar ai ragazzi? Il padre di Bobbie è un irlandese, perciò tutto va per il
meglio. Per il meglio.
Si spalancò in quel
mentre la porta e irruppero dentro Susan Leary e tre ragazze, s’aggirarono per
la cucina, salirono di sopra per vestirsi, ridiscesero per preparare
l’occorrente per un picnic, ritornarono di sopra per prendere dei dischi,
quindi fuori e poi di nuovo dentro per del ginger ale.
Il rumore si era ora
spostato al piano di sopra: sentivamo muoversi i dormiglioni e lo scorrere
dell’acqua in bagno, e scese Frank Barron, mezzo addormentato, per friggersi
delle polpette di merluzzo per colazione. E poi, Allen Ginsberg e Peter. Allen
s’aggirava per la cucina con un’andatura da miope e poi s’accinse a cuocere
delle uova, e Peter sedeva in silenzio, guardandolo. Dopo colazione, i poeti
s’immersero nella lettura del “Times” e Frank andò nella camera di Susan per
guardarsi alla TV una partita di rugby e dissi ad Allen di fare come se fosse a
casa sua e questi prese delle birre e andò a unirsi a Frank. Donald, il
pittore, si era aggirato pian piano per la casa guardandosi intorno con i suoi
grandi occhi da bambino e mettendo il naso in ogni angolo e rovistando tra i
libri e tra i dischi. Aveva chiesto di prendere, la sera, i funghi e stava
cercando dischi di musica india per tamburo. Gli suggerimmo di telefonare, a
tal fine, alle biblioteche locali. Un suo amico, uno studente in antropologia,
poteva forse trovare alcuni dischi indios; e mi chiese se poteva prendere la
macchina per recarsi a Cambridge. Parlava a fatica, con tono serio,
interrompendosi spesso, e gli dissi di usare senz’altro la mia macchina. Durante
la trasmissione, entrarono Jack Leary e i suoi compagni nelle loro divise da
rugby e osservarono per un attimo la partita e poi s’annoiarono e salirono
nella stanza da gioco al terzo piano. Li prendemmo in giro perché si erano
bardati a quel modo, sembravano guerrieri rivestiti di pelle di cinghiale, e
perché, anziché uscire a giocare, se ne stavano rinchiusi in casa. Finita la
partita, Frank Barron chiamò Charlie e i ragazzi, e uscimmo fuori e ci portammo
dietro il garage per giocare a pallaovale. I poeti declinarono gentilmente
l’invito di prendere parte al gioco. All’imbrunire rientrammo e cominciò la
lunga scena tipica della cena domenicale: prosciutto freddo e pasticcio di
carne, whisky e soda con ghiaccio (ma non per i poeti). In cucina regnava
un’allegra confusione. Rhona e Charlie avevano mal di stomaco e salirono presto
in camera. Lafcadio era rimasto a letto quasi tutto il pomeriggio, fino a
quando non era salito Allen per dirgli di scendere e una volta giù si sedette
in un angolo, calmo, impassibile, misterioso: forse stava pensando a marziani
in atto di porre piede sulla Terra. Annuiva ogni qual volta gli offrivamo da
mangiare, e Allen gli diceva di svuotare i piatti ed egli ubbidiva, in silenzio
e meccanicamente. Dopo cena, chiedemmo a Jack e a Bobbie se desiderassero
andare a giocare a palla nel corridoio del piano di sopra con Lafcadio ed essi
risposero affermativamente e si precipitarono fuori della cucina con Lafcadio
che si trascinava dietro loro. Vi sono tutt’oggi impronte di palla sul soffitto
bianco e la lampada a muro non ha più funzionato come prima, ma Allen ha detto
che il week-end è stato una formidabile terapia per Lafcadio. Egli diventò più
loquace e continuò così per parecchie settimane, dopo che furono partiti.
Allen Ginsberg,
ingobbito sopra una tazza di tè, guardando attraverso i suoi occhiali orlati di
nero, la lente sinistra divisa in due da un’incrinatura, cominciò a raccontarmi
le sue esperienze con l’Ayahuasca, la magica liana visionaria che cresce nelle
giungle del Perù. Egli aveva seguito Bill Burroughs nella sua ricerca, si era
spinto verso sud alla scoperta di nuovi reami della conoscenza, dell’elisir
della saggezza. Si era seduto, sudando per il caldo, solo, in qualche stamberga
di Lima, tenendosi con la mano sinistra un batuffolo di cotone imbevuto di
etere pressato contro il naso, e bevendo e scrivendo poesie con la destra e poi
aveva percorso, in corriere di seconda classe, assieme a indios, la Cordillera
delle Ande e poi ancora corriere e autostop: addentrarsi tra le giungle e tra i
fiumi rilucenti del Montana, vagabondare tra le fumiganti foreste equatoriali.
Poi il villaggio di Pucalpa, e le trattative per trovare il curandero, pagato
con aguardiente, e il rito stesso, l’ingurgitamento della sostanza amara, e la
nausea e i colori e il battere dei tamburi e lo sprofondare del vuoto vacuo,
nel grande occhio che tutto racchiude, e il terrore che venisse il grande
serpente, il giacere indifesi sul pavimento di terra e l’arrivo del grande serpente.
Il vecchio curandero, faccia raggrinzita piegata su di lui, e Allen che gli
diceva: culebra, e il curandero che ammoniva con gesti clinici del capo e che
gli soffiava contro una boccata di fumo per far sparire il grande serpente, che
svaniva davvero.Il destino del fuoco dipende dalla legna; fino a quando sotto
v’è della legna, in alto il fuoco brucia. Lo stesso dicasi per la vita umana;
parimenti v’è nell’uomo un fato che cede potere alla sua vita. (I Ching L) Cominciai
a porre ad Allen domande sul curandero. Desideravo conoscere i rituali,
scoprire come le altre culture (più antiche e sagge delle nostre) si fossero
comportate nei confronti delle visioni. Ero affascinato dalla questione dei
rituali. Per la scienza della coscienza il rito rappresenta ciò che
l’esperimento è per la conoscenza del mondo esterno. Ero convinto che non uno
dei nostri riti americani fosse adatto all’esperienza dei funghi. Non i
ricevimenti. Né le sedute psichiatriche. Né il ruolo del maestro sacerdote. Fui
impressionato da quanto Allen aveva detto circa la paura e la nausea che
provava ogni qual volta prendeva le droghe e circa il sollievo e la forza
rincuorante del curandero, circa l’aiuto che derivava dall’avere vicino
qualcuno che sapeva, che aveva esplorato quelle regioni estreme della mente e
che era in grado di dire con uno sguardo, con una manata, con una boccata di
fumo, che tutto procedeva bene, di continuare il cammino, di esplorare il mondo
sconosciuto: va tutto bene, ritornerai, tutto va per il meglio, io sono qui, su
questa nostra vecchia terra, pronto ad accorrere in tuo aiuto quando avrai
bisogno di me, a riportarti indietro. Allen mi parlò della formazione dei
curandero. Il vecchio stregone prende per settimane la via delle montagne con
il suo allievo e lo costringe a prendere la droga giorno dopo giorno, notte
dopo notte, a esplorare tutti gli angoli e gli antri e le cale recondite del
suo mondo visionario – il territorio del cielo e dell’inferno, la gioia,
l’orrore, le vette orgiastiche, le scure paludi ardenti, gli angeli e i
serpenti maligni – fino a che non fosse giunto agli estremi limiti della
conoscenza. Solo allora l’allievo era in grado di fungere da curandero, di
seguire i viaggiatori cerebrali, di capire le parole e il comportamento che
disorientavano e spaventavano l’osservatore impreparato. Allen mi parlò del
caro medico del villaggio che lo circondò con calore terapeutico mentre egli
s’addentrava tra gli antichi riti propiziatori – mano sulla spalla, e una tazza
di tè bollente e l’atto di coprirlo con delle coperte. La mia mente riandò a
una seduta durante la quale uno studente universitario cadde sul tappeto in
preda a timor panico, e a come Frank Barron, il medico d’avanguardia veterano,
l’avesse fatto ritornare in sé mediante compresse fredde e parole gentili, e a
come lo studente non avesse mai dimenticato la figura di quel dottore, che
faceva la cosa giusta al momento giusto. Quella notte, sul tardi, Allen avrebbe
preso i funghi e mi preparava perché potessi essergli d’aiuto. Allen stava
intessendo una formula magica, occhi scuri che lampeggiavano attraverso gli
occhiali, mani in movimento, poesia intensa, mistica. Frank Barron era adesso
nello studio, e con lui si trovava Lafcadio Orlovsky. Risalì quindi lungo il
vialetto una macchina e dopo un istante si aprì la porta ed entrò lemme lemme
Donald, bene imbacuccato e bagnato. Aveva portato con sé un amico, uno studente
in antropologia di Harvard, perché gli fosse accanto durante il viaggio. Donald
chiese se il suo amico poteva assistere alla sessione. Mi piaceva l’idea di
avere un amico accanto mentre si prendono i funghi, qualcuno cui potersi
rivolgere nei momenti in cui si ha bisogno di un conforto e così gli dissi di
sì, però il suo amico non poteva prendere le pillole perché era uno studente universitario.
Ci consigliavano tutti di disgiungere la nostra ricerca da Harvard per evitare
complicazioni con l’Ufficio sanitario dell’università e per prevenire le
chiacchiere. Donald non aveva fame, così gli versai da bere e poi presi la
boccettina rotonda e tirai fuori il cotone di protezione e diedi a Donald delle
pillole per un equivalente di 30 milligrammi e altre ad Allen Ginsberg per un
equivalente di 36 milligrammi. PARECCHIE SERE PIÙ TARDI IN CASA DI LEARY PRESI
UNA FORTE DOSE DI DROGA: 18 PILLOLE (36 MILLIGRAMMI) E SALII CON ORLOVSKY AL
PIANO DI SOPRA, IN UNA STANZA APPARTATA. Allen cominciò a darsi da fare per
preparare la sua spelonca di visioni. Portai nella sua stanza il giradischi di
Susan ed egli prese in studio alcuni trentatré giri di Beethoven e di Wagner e
spense le luci sicché la stanza cadde in una penombra soffusa. MI SPOGLIAI
COMPLETAMENTE E MI SDRAIAI A LETTO, ASCOLTANDO LA MUSICA. Gli dissi che
qualcuno di noi sarebbe venuto a controllare ogni quindici minuti ed egli mi
avrebbe fatto sapere se avesse avuto bisogno di qualcosa. Quando scesi, era già
“salito” anche a Donald, che girovagava per la casa a passi lievi, con le mani
giunte dietro la schiena e la mente immersa in cose profonde. COME LA MIA
COSCIENZA S’ALLARGÒ, MI VIDI SDRAIATO SUL LETTO, CON L’ALTERNATIVA DI
ABBANDONARMI ALL’INTROSPEZIONE MISTICA E AL VOMITO, O DI VINCERE IL VOMITO
STESSO, DI APRIRE GLI OCCHI E DI VIVERE NELL’UNIVERSO PRESENTE. Mi fermai in
studio a scrivere delle lettere e a leggere il “Times”. Mi ero completamente
dimenticato dello studente in antropologia, che era in cucina ad attendere.
M’INCUTEVA TIMORE LA PERCEZIONE DI NON AVER ANCORA RAGGIUNTO UNA COMUNIONE
PERFETTA CON IL MIO CREATORE, CHIUNQUE EGLI FOSSE: DIO, CRISTO, O BUDDHA – LA
FIGURA DELLA FORZA TENTACOLARE, COME PRIMA. Dopo circa trenta minuti trovai
Donald in corridoio. Mi chiamò con voce accorata e cominciò a parlarmi
dell’artificiosità della civilizzazione. Giudicava con rigore le questioni di
base ed era chiaro ciò che stava avvenendo in lui: faceva tabula rasa d’ogni
astrazione, cercava di spingersi oltre le parole e i concetti. ALL’IMPROVVISO,
COMUNQUE, COMPRESI CHE ESSI ERANO TUTTI ESSERI IMMAGINARI DA ME CREATI PER
VINCERE LA PAURA DI ESSERE ME STESSO – COLUI CHE AVEVO SOGNATO DI
ESSERE.
